CAPORETTO

Di: Pier Giorgio Cozzi
24 ottobre 2017

 


Caporetto

Una caporetto! Sinonimo di disastro, capitolazione, disfatta, tracollo, grave scacco, pesante sconfitta. Un modo di dire sempre meno usato – se non addirittura dimenticato -insieme con quelli di altre località di cui diremo. Cent’anni fa, durante la Prima guerra mondiale (ottobre 1917), Caporetto in provincia di Gorizia – oggi Kobarid, restituita alla Slovenia nel 1947 – fu teatro di una battaglia rovinosa per le truppe italiane, costrette dagli attacchi dell’esercito austro-ungarico a ritirarsi fino al Piave. Malgrado le altre ‘caporetto’ dei nostri alleati: l’offensiva fallita di Nivelle (aprile-maggio 1917) provocò casi di ammutinamento in ben 16 corpi d’armata francesi; l’abbandono della lotta da parte della  Russi a causa della Rivoluzione d’Ottobre, Caporetto è stata tramandata come il simbolo di tutte le sconfitte della Grande Guerra. Svanita la memoria del conflitto mondiale (oltre 650mila i nostri caduti), per le generazioni odierne anche altre località sono diventate sinonimi d’altro: Grappa ricorda una nota acquavite e Asiago, (la battaglia degli Altipiani tra il Regio esercito italiano e quello Imperiale austro-ungarico – oltre 250mila caduti complessivi) oggi è un formaggio. A denominazione di origine protetta.

 

Linea del Piave

È modo di dire figurato, sinonimo di intransigenza, limite estremo e invalicabile, da mantenere se si vogliono evitare danni irrimediabili. Fu il fronte dove le truppe italiane nel novembre 1917 si arroccarono bloccando l’offensiva austro-tedesca fino a conquistare la vittoria il 4 novembre 1918.

 

“La canzone del Piave”

Nota anche come “La leggenda del Piave”, è una delle più celebri canzoni patriottiche italiane. Scritta nel 1918 dal maestro E.A. Mario (pseudonimo di Ermete Giovanni Gaeta), dopo l’8 settembre 1943 fu adottata provvisoriamente come inno nazionale. Ebbe questa funzione fino al 12 ottobre 1946, quando fu sostituita da “Il Canto degli Italiani” che conosciamo come “Fratelli d’Italia”, autori Goffredo Mameli e Michele Novaro.

 

 

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