GPS POLITICAMENTE CORRETTO

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Quando viene esasperato, il politicamente corretto può involontariamente raggiungere vette di non comune comicità. È il caso, si direbbe, di un fatto di cui è testimone un giornalista del quotidiano milanese il Giornale, la cui redazione è sita in via Negri, tra piazza Affari e quel Cordusio   (il riferimento toponomastico è al ‘cor’ – palazzo del ‘dux’, il capo, e risale al 572, quando Alboino, re dei longobardi, divenne Duca di Milano) recentemente salito agli onori della cronaca per l’inaugurazione – in uno storico palazzo del Centro – del primo locale Starbucks italiano, quello dei “frappuccini” nati oltreoceano.

Il fatto. Il giornalista – racconta il medesimo sulle pagine del suo quotidiano – prende un taxi e chiede di essere portato in via Gaetano Negri 47, sua sede di lavoro quotidiano. Il giovane taxi driver meneghino, forse un esordiente, non avendo ben chiara l’ubicazione della destinazione richiesta si affida alla tecnologia di cui la sua autovettura è dotata: digita l’indirizzo “via Negri” sul navigatore di bordo. Sorpresa: impossibile ricevere risposta. Il dispositivo rifiuta “via Negri”, spiega imbarazzato il tassista, perché l’indicazione contiene una parolaccia razzista: N****. (Incidentalmente, Gaetano Negri, 1838-1902, fu scrittore e senatore del regno d’Italia, sindaco di Milano dal 1884 al 1889. Come si dovrebbe chiamarlo, secondo la moda americana del politicamente corretto: Gaetano di Colore?).

Gente, quanto diversi dai tempi, s’era sotto la dittatura fascista, quando un’ignota mano – così mi raccontavano i miei genitori nei primi ’50 – sulla targa stradale della milanese “via Arnaldo Mussolini”, con sprezzo del pericolo e ben altra ironia aggiunse in lettere maiuscole via anche suo fratello.