Racconigi, nel cuneese, è conosciuta soprattutto per il suo magnifico Castello Reale, inserito nel sito seriale UNESCO delle Residenze Sabaude. Simbolo della città e meta di migliaia di visitatori ogni anno, il castello affonda le proprie origini nell’XI secolo, quando era una semplice fortificazione. Nel corso dei secoli venne progressivamente ampliato e trasformato fino a diventare una delle dimore predilette della Casa Savoia. Fu in particolare durante il regno di Carlo Alberto che la residenza assunse l’aspetto che ancora oggi ammira il pubblico: vennero rinnovati gli interni, realizzati prestigiosi ambienti di rappresentanza e ridisegnato il vasto parco di circa 170 ettari, considerato uno dei più significativi esempi di giardino romantico del Piemonte, tra laghetti, corsi d’acqua e suggestivi viali alberati.
Da oltre quarant’anni, però, Racconigi è conosciuta anche come la “città delle cicogne”. Il legame con questi uccelli risale al 1985, anno di fondazione del Centro Cicogne e Anatidi, nato con l’obiettivo di reintrodurre la cicogna bianca, scomparsa dall’Italia come specie nidificante da circa tre secoli. Il progetto si rivelò un successo: le prime dieci cicogne provenienti dalla Svizzera si adattarono rapidamente al nuovo ambiente e già l’anno successivo si registrò la prima nidificazione in libertà. Oggi i loro grandi nidi caratterizzano il paesaggio cittadino e possono essere osservati sui tetti delle cascine, sui campanili e persino sulle torrette e sui comignoli del Castello Reale.
Ma c’è ancora un’altra storia che merita di essere raccontata. Una storia meno nota, ma profondamente legata all’identità del territorio e non meno affascinante. È quella custodita dal Museo della Seta, che propone la memoria di un’attività capace per decenni di sostenere l’economia locale e di dare lavoro a centinaia di famiglie. Tra Ottocento e Novecento, infatti, Racconigi fu uno dei principali poli della produzione serica piemontese. La coltivazione dei gelsi, l’allevamento dei bachi da seta e il lavoro nelle filande scandivano la vita quotidiana della comunità, contribuendo allo sviluppo economico e sociale della città.
Il percorso museale accompagna il visitatore lungo tutte le fasi della lavorazione della seta: dalla diffusione della materia prima proveniente dall’Oriente alla coltivazione dei gelsi, le cui foglie rappresentano l’esclusivo alimento del baco da seta, fino alla filatura del prezioso filo destinato ai mercati nazionali e internazionali. Per lungo tempo il paesaggio rurale racconigese fu caratterizzato da estese coltivazioni di gelsi, indispensabili per alimentare una filiera produttiva che coinvolgeva l’intero territorio. Durante la primavera e l’estate le foglie venivano raccolte e trasportate nelle abitazioni e nelle filande dove venivano allevati i bachi. Uno degli aspetti più interessanti della visita è la possibilità di osservare da vicino gli antichi macchinari ancora conservati: grandi ruote, ingranaggi e strumenti di filatura che testimoniano la complessità di un processo produttivo basato su competenze specializzate e una rigorosa organizzazione del lavoro.
Ampio spazio è dedicato alle donne che lavoravano nelle filande. Molte erano giovanissime e trascorrevano lunghe giornate accanto alle macchine per la trattura della seta. La loro abilità manuale era considerata fondamentale per la qualità del prodotto finale, migliore di quella degli uomini. Attraverso fotografie, documenti e ricostruzioni degli ambienti di lavoro, il museo restituisce uno spaccato autentico della vita quotidiana e delle condizioni sociali dell’epoca.
Con il passare del tempo la bachicoltura e l’industria serica entrarono in crisi, complice la concorrenza di nuovi filati e i crescenti costi di produzione. La coltivazione dei gelsi diminuì progressivamente, ma alcuni esemplari secolari sopravvissuti fino ai giorni nostri continuano a ricordare l’importanza che questa attività ebbe per il territorio.
Ospitato nell’antica filanda fondata nel 1676 e rimasta in attività fino al 1958, il museo è aperto al pubblico la domenica.



