Se sono tornate anche le lucciole di pasoliniana memoria non saprei. Quel che so è che sono tornate le rondini. Le ho viste stamane all’alba volteggiare sopra i tetti della mia via. Mica tante. Un piccolo stormo, una ventina di esemplari. Ma bastanti a ricordarmi di quando, alunno, al tramonto vedevo grandi nugoli di questi uccelli disegnare aerei ghirigori sopra la mia scuola, prima di prendere riposo sugli alberi del cortile dell’edificio costruito nel 1907, come ricorda l’insegna sopra l’ingresso. Quando le rondini a Milano non erano una novità. Ma aiutavano le previsioni del tempo.
«Se volano basse – mi diceva mio padre – annunciano pioggia». Da bambino non ho mai capito perché, né egli me lo ha mai spiegato. Era un fatto, diceva. E i fatti non si discutono. Del resto, come ho scoperto più avanti negli anni, il volo radente delle rondini ha spiegazione; non è un’invenzione dei contadini ma un fenomeno scientifico: le rondini volano a bassa quota perché seguono gli insetti di cui si nutrono, i quali sono costretti ad abbassarsi a causa della pressione atmosferica che precede l’arrivo di una perturbazione o di un temporale.
Attualmente la popolazione aerea del mio quartiere, estrema periferia cittadina nel primo decennio del secolo scorso, oggi pieno centro città, è cambiata; resistono gli immancabili colombi, qualche merlo e alcune gracchianti cornacchie. Dal giardino di casa passeri pettirossi e cinciallegre sono scomparsi. Peccato. Le lucciole, a dire il vero, quelle non le abbiamo mai viste. Troppo cemento.
Vedere stamattina le acrobazie delle rondini sfiorare i tetti delle villette della via dove abito è stato un amarcord imprevisto e gratificante; un buon modo per incominciare la giornata. Sopra tutto, un voto di speranza: che il loro volare basse annunci davvero un po’ di pioggia, agognata in questa estate così torrida. Darebbe sollievo a noi cittadini esausti per il troppo caldo. E incrementerebbe la simpatia verso questi pennuti finalmente tornati dove mancavano da troppo tempo.



