UN SOLDATO IN TRINCEA

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Ruppi i barili al fianco del nostro accampamento, tirai un pugno al terreno e la polvere si alzò fino a solleticarmi il naso. Strinsi il pugno e urlai. Di rabbia. Di dolore. Di paura. Andrea era morto. E una parte di me era morta con lui. Dopo un secondo, un minuto, un’ora mi alzai e con la vista offuscata dalle lacrime raggiunsi il letto di Andrea. Se letto poteva essere chiamato. Mi chinai e feci scorrere le mani sul muro fino ad un solco dove vi era nascosto un quadernino. Lo estrassi e lo sfogliai rapidamente. La scrittura di Andrea. Il suo profumo. Lo avevo visto scrivere su di esso ogni sera. Lo aprii all’ultima pagina scritta e  iniziai a leggere.

 

Caro diario,

mi sono arrivate notizie che Carlo Sazzi è stato ammazzato perchè si era rifiutato di tornare in trincea. Essere ammazzato per non ammazzare. Il mio destino è morire. In ogni caso.

O morirò in trincea, o per mano del militare al comando,  per malattia portata da parassiti e topi.

Entro la fine della guerra il mio corpo farà già parte del terreno, sopraffatto da altri corpi. Corpi prima animati da sentimenti, emozioni e pensieri, i quali però non potevano modificare le scelte. Perchè scelte non ve n’erano. Chissà come è morto mio padre? Partì per la guerra due anni e mezzo fa, nel 1915. Prima di allora vivevamo ad Asti. Non eravamo ricchi, ma andavamo avanti. Io avevo quindici anni allora. E mia madre era rovinata dal dolore. Si era chiusa in se stessa. E fu in quel momento che io crebbi. Non avevo avuto scelta. Mia madre non riusciva a portare a casa uno stipendio  sufficiente ed io iniziai a lavorare per una fabbrica. Di armi, ovviamente. Il momento più bello del mese era quando arrivava la lettera di mio padre. La rileggevo tutti i giorni, fino a quando non ne arrivava una nuova. E la mia testa si riempiva di menzogne. Riuscii a capirlo solo quando all’inizio del 1917 vennero chiamati anche i diciassettenni, perchè soldati ne erano rimasti pochi. Dovetti abbandonare mia madre e lei perse tutta la vitalità che la distingueva. Ormai è rimasto solo un corpo che si anima unicamente con l’arrivo delle lettere dal fronte. La guerra ha fatto sì che di una famiglia unita e compatta rimanessero solo tre anime colme di dolore e sole, le quali non sono a conoscenza, se non da lettere bugiarde, della sorte dei propri “complementari”.

Presto mi toccherà tornare in trincea. Scommetto che nemmeno l’Inferno è così crudele. La disgrazia non sta solo in chi muore, ma anche in chi guarda la morte attraverso gli occhi dei suoi nemici. E sa perfettamente che a creare la morte in quegli occhi non è stata altro che la propria mano. Io non voglio più essere la causa di quell’atrocità. Credo che la morte non possa essere peggio della trincea.

Ha senso guadagnar terreno, ma non aver più uomini per coltivarlo? Non voglio più abbracciar mia madre con queste mani sporche di sangue. Guardarla con questi occhi pieni di morte. E non potrò più nascondermi nel suo profumo, perchè sopraffatto dall’odore del sangue. NO!

Amavo, amo e amerò sempre la mia patria, ma non voglio che i suoi cittadini siano solo criminali.

Io voglio morire con onore e con rispetto verso me stesso.

Caro diario, capirai bene che questo non è un arrivederci. Perciò addio, caro diario”

 

Piansi della verità delle sue parole. Presi in mano la biro e aggiunsi sotto le pagine bagnate da lacrime:

12 SETTEMBRE 1917

ANDREA SACCARI E’ MORTO,

UCCISO DAL MILITE LORENZO BOZZA

PREFERENDO LA PROPRIA MORTE

PER LA VITA DEGLI ALTRI

MORTO CON L’ONORE E CON IL RISPETTO

DI TUTTI

RIPOSA IN PACE

Queste parole saranno la sua tomba.

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Immagine di Vincent Teriaca.

 

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