FERMATA A RICHIESTA: RICORDI D’INFANZIA

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vincent teriaca tram

E’ domenica, sono un bambino. Alle 8.30 si parte. Io e papà arriviamo alla fermata del 71, inizia il mio viaggio, eccitante. Attaccato alla sbarra al fondo del bus seguo il percorso a ritroso dal grosso vetro e vedo le auto dietro di noi accodarsi o superarci. Senza mai staccare lo sguardo dall’asfalto che corre veloce in senso contrario, sento i rumori delle porte a soffietto che sbattono per aprirsi e per chiudersi. Fermo ai semafori, le vibrazioni del bus mi fanno tremare il labbro contro la sbarra ed è una goduria. So che l’autobus è stato appena verniciato di fresco, da rosso ad arancione e io credo che tutti lo sappiano e che tutti lo guardino stupiti e quasi ammirati al suo passaggio. Siamo arrivati. Due passi a piedi per il centro e si fa colazione, io e papà, soli, da “Ferrero”, in corso Vittorio Emanuele, di fronte a Porta Nuova.

E’ domenica e quindi si porta a casa la Fiesta gigante da tagliare a fette, dopo pranzo. Al pomeriggio la Juventus gioca al Comunale. Una fila ininterrotta di tram verdi, “panciuti” (li chiamano due camere e cucina per la struttura con corpo centrale che pare proprio una cucina), serie 2700, lungo corso IV Novembre e corso Sebastopoli. La fila è lunghissima e io la percorro, salendo su ognuno e chiedendo ai manovratori se mi fanno cambiare l’indicatore di linea.

E’ lunedì, dopo la scuola sono sul balcone di mia nonna. Dal secondo piano osservo il 33 passare ogni 5 minuti e vedo il tetto grigio e sporco e il gas di scarico uscire dal condotto con un fragore di accelerazione dopo la fermata. Sento il suono fino a perdersi e conto ad occhi chiusi per capire dove va, fino a quando li riapro e vedo che è esattamente dove immagino. Fino a qualche anno prima il 33 era filobus, me lo ricordo benissimo, poi è diventato bus. Ricordo che chiesi a mio nonno il perché e lui mi rispose ” il progresso!”. Non capisco, secondo me il filobus è silenzioso e non produce gas.

E’ martedì: vado a scuola nella 128 amaranto, siedo dietro. Nel tragitto osservo le fermate, i tram, gli autobus e memorizzo i numeri di linea, di matricola, le pubblicità sui fianchi, i tipi di fanali, riconosco i diversi  modelli e ne stabilisco l’età dalle targhe come un medico legale stabilisce le cause del decesso. Il 58 barrato è nel mio cuore, sogno di salirci sopra e di poterlo guidare. E’ il bus che collega casa e scuola, scuola e ufficio di mia madre, casa mia e casa di mia nonna.

E’ mercoledì: posso prendere il tram per raggiungere casa di mio zio, a Sassi. Il 15, un mezzo lungo, con uno snodo al centro. Seduto, chiudo gli occhi e vengo cullato dal dondolio della marcia, dal rumore delle frenate, dalla luce che si spegne e si riaccende, dalle persone che scendendo fanno sbattere il predellino, dal rumore dei biglietti che vengono mangiati dall’obliteratrice. Mi pare quasi di uscire dal mio corpo. “Fermata già  richiesta – uscita”, il cartello luminoso si accende, suona e si spegne quando si aprono le porte. Ogni viaggio in tram è un pezzo di vita che facciamo con sconosciuti, è un frammento di esistenza che condividiamo: chi triste, chi allegro, chi assorto, chi distratto, il tram ti porta a destinazione, non importa quale essa sia.

E’ giovedì. Il tram è memoria olfattiva, è memoria uditiva, è memoria visiva: vuoto, pieno, semivuoto, i rumori sordi e al tempo stesso rassicuranti sono sempre quelli. Il vociare dei passeggeri è una delizia e mi dispiace dover scendere.
Il tram è educativo, mi ha insegnato il rispetto per gli altri: cedere il posto agli invalidi, agli anziani e alle donne.
Io, amante dei croissant, ormai conosco le pasticcerie piu’ buone di Torino e so come arrivarci, in tram o in bus. Il 13 mi porta da Ghigo, il 62 da Rosario, il 64 da Motta, il 55 da Baratti, il 58 da Talmone, il 16 da Pfatisch.

E’ venerdì mattina. E’ buio pesto, fa freddo. Aspetto alla fermata e intravedo in lontananza i fanali inconfondibili di una serie 1500, modello U-Effeuno. Alle 6.42 passa il 64, trovo sempre le stesse persone e oramai ci conosciamo tutti. Scendo in piazza Marmolada per prendere il 58: come ogni mattina, prima di andare al liceo, passo da mia nonna a fare colazione, a portarle La Stampa, a sentire il gr2 e poi… a scuola con l’88, mitica linea navetta che mi porta al Curie. L’odore sui mezzi è di giacconi e di cancelleria. Le cinghie degli zaini si impigliano alle porte. Salendo, i ragazzi urlano e mi impediscono di sentire il motore di questo compagno, anima con quattro ruote che mi porta a scuola, che mi fa sentire libero, che mi dà gioia.

E’ sabato. Sono a Londra. Lì tutto sembra un plastico ferroviario gigante, decine di linee di metropolitana, centinaia di linee di autobus a due piani. Credo di svenire, non reggerò di fronte a tanta meraviglia. Ho solo 16 anni e dico: voglio vivere qui!!

 

immagine di Vincent Teriaca

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