GIORDANIA E ISRAELE: TACCUINO DI VIAGGIO

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Il Deserto di Giuda ti ingoia quando lasci Gerusalemme e ti dirigi in autobus verso la Giordania. Qui inizia il viaggio dei viaggi. Qui hai la conferma che viaggiare non significa vedere luoghi mai visti, ma più semplicemente ritrovare i luoghi che ti portavi dentro da sempre, senza immaginare che li avresti ritrovati nella realtà. Il deserto di Giuda. Lo hai già attraversato tante volte dentro di te e adesso questo luogo ti è familiare. Un deserto di pietra rovente, diverso dal Sahara tunisino. Il deserto di sabbia è un teatro, che il vento rimodella continuamente. Il deserto di Giuda è la pietra che si annida nelle pieghe della tua anima.  

Sul Monte Nebo. Da qui, secondo la tradizione, Mosè vede la Terra Promessa prima di morire  Il gigante Mosè così vicino alle nostre miserie. Quante e quante volte, ognuno di noi è salito sul suo monte Nebo,? Dal Monte Nebo si vede la misteriosa pietraia del deserto di Giuda a perdita d’occhio. Fra questi sassi, fra questi sterpi, in questo vento gelato il messaggio. Sei arrivato quassù ma non sei da nessuna parte. Intorno a te il deserto di Giuda che ti porti dentro.

Petra, la città rossa. Fin dai tempi dell’università sognavo di vedere Petra, con i sui resti arabi e romani. Uno spettacolo emozionante, reso ancora più unico dalla gente del posto. Mi spiegano che per i beduini l’ospitalità è sacra. Beviamo con loro tè alla menta. A Petra entri in contatto con ritmi lentissimi, con modelli di vita perduti millenni addietro. Entri per interesse culturale. Esci più sereno e più ricco.

A Gerusalemme arriviamo un tardo pomeriggio con il cielo coperto. Andiamo subito al Muro Occidentale (per favore, non chiamatelo più “muro del pianto”, è una definizione di scherno per gli ebrei che è resistita misteriosamente all’evoluzione della nostra lingua). Gli chiedo, io che frequento le chiese solo mentre non c’è la messa, se posso pregare al muro. Sì, è permesso. Appoggio la mano al muro e mi raccolgo qualche minuto. Guardo intorno a me i rabbini e gli ortodossi, con i loro abbigliamenti particolari. Dietro il Muro, la Moschea della Roccia. Ognuno prega il suo Dio. E se all’unico Dio piace ridere di noi, in questo momento ha gli occhi chiusi. Però ascolta tutti i figli di Abramo pregare, sperare, promettere, maledire in tutte queste lingue diverse. Uno sciame di voci si alza nella sera.

La Via Dolorosaattraversa la città vecchia e arriva al Santo Sepolcro. E’ la strada percorsa da Cristo che portava lacroce. Fra mercatini e luoghi di preghiera attraversi il cuore coloratissimo di Gerusalemme vecchia. Sicuramente una delle città più affascinanti e coinvolgenti che abbiate mai visto. Il colore lo fanno le persone, le voci, i banchi di frutta spettacolare, i banchi di spezie meravigliosi, gli argenti beduini i tappeti ed i tessuti di ogni genere. Quasi dovunque il profumo irresistibile del pane arabo fresco (cioè caldo: favoloso, provare per credere). Torneremo sulla Via Dolorosa quasi tutti i giorni. E’ uno spettacolo indimenticabile. Al Santo Sepolcro arriviamo in un pomeriggio (l’unico, a dire il vero) di pioggia torrenziale e di vento fortissimo. Attraversi il cortile in pietra ed entri nella basilica. Sul Sepolcro hanno costruito una cripta. Qualche minuto di coda. Poi entro nella minuscola grotta, con mia moglie e le mie figlie.   Alla luce fioca delle candele, davanti alla pietra, ci inginocchiamo. Chiedo a loro di darci la mano e chiedo di raccoglierci qualche minuto per un pensiero. Non oso dire preghiera nel luogo del Dolore, che però è anche il luogo della Resurrezione, rendo grazie con un pensiero e gli offro i miei (molti, troppi?) affanni. La pietra, quella Pietra, mi trasmette un’energia particolare. E’ come fosse pietra viva. Credo che quella pietra, la Pietra, sarà per sempre in noi quattro. La potenza del Santo Sepolcro, il suo terribile segreto è questo: se vuoi, se lo desideri, se ci credi, se ne hai bisogno, lo porti via con te. E la Pietra vive in te.

La Rocca di Masada ti aspetta fra il deserto di Giuda e il Mar Morto. Una giornata perfetta, calda, azzurra e di vento caldo. Saliamo in funivia per qualche centinaio di metri. Lo spettacolo è emozionante. Il colpo d’occhio dà realmente la sensazione dell’infinito. La rocca conserva i resti di una lussuosa reggia del re Erode. Qui, dopo l’anno 70, gli Zeloti resistono eroicamente alle legioni romane per due anni. Alla vigilia della sconfitta, per non cadere in prigionia, estraggono a sorte i nomi di alcuni soldati con il compito di uccidere tutti e poi di suicidarsi. Per questa eroica resistenza, Masada è diventata il simbolo di Israele di lottare e di non soccombere. Appena arrivi qui, senti subito che Masada ti appartiene. Se anche tu sei abituato a lottare, se anche tu non cadi prigioniero del nemico, anche qui c’è qualcosa di tuo. Anche questo è un luogo dell’anima. Qui sono anche io uno zelota. Come sono un soldato greco alle Termopili, un carabiniere ad El Alamein, un ebreo nel ghetto di Varsavia, un negro nel ghetto di Soweto, uno studente in piazza Tien An Men. “Soldati, questo giorno sarà vostro per sempre”, disse Leonida ai suoi prima della battaglia. Ogni giorno è nostro per sempre se viviamo con forza. Senza cedere. Senza arrenderci. Senza abbassare lo sguardo. Senza paura. Così vicini al cielo. A Masada per sempre.

Il muro di cemento, altissimo e grigio, come questa giornata così triste, ti separa da Betlemme. Sull’autobus sale un soldato israeliano per un controllo di routine. E’ un ragazzino con la barba incolta. Il suo viso stravolto, la maschera di una lotta che non avrà mai fine. Betlemme è in Cisgiordania, nei territori amministrati dall’Autorità Palestinese. Visitiamo la Basilica della Natività, costruita dagli ortodossi sulla grotta dove è nato Cristo. La grotta, microscopica, è oggi coperta da un altare maestoso. Anche qui, come al Sepolcro, l’aria è luminosa, accesa da una presenza fortissima. Il mistero della nascita e il mistero della morte. In mezzo il mistero della vita. Non posso fare a meno di guardare le mie figlie. Dice il poeta indiano Tagore che i figli non ti appartengono. Sono le frecce che, con l’arco della vita, lanci lontano. Ne segui la traiettoria ma non la dirigi. La Rivelazione non è nella grotta, ma dentro di te. La Grotta ti appartiene. La vita degli altri no. Che cosa indicava la cometa? Forse la traiettoria della freccia. Il Figlio lanciato verso la vita. Pranzo da favola in un ristorante arabo tipico. Mangio di tutto. Fumo il narghilè. Poi a messa, per la prima volta da anni e anni. Don Antonio officia al Campo dei Pastori. Vangelo intenso e spiegato con sintesi ed intelligenza. Don Antonio. Magari quando torno in Italia gli vado a parlare.

Gerico. Giornata di sole perfetto e caldissimo. Anche qui siamo nei territori, ma sotto l’autorità di Israele. Mi spiegano che il Paese è tutto a macchia di leopardo, con territori divisi in mano ad autorità volta per volta diverse. E’ questa la condanna di Babele? Forse no, ma gli assomiglia molto. Su molte case sventola la bandiera verde di Hamas, il partito palestinese irriducibile, che rifiuta il dialogo con Israele. Vedo povere case basse, sporche e diroccate. Scarichi a cielo aperto. Bambini seminudi che giocano nell’immondizia. Qui le bandiere di Hamas. A Masada la bandiera con la stella di Davide. E’ giusto credere in qualcosa e battersi per difenderla. E’ sbagliato nascondersi dietro una bandiera. Qui capisci che la miseria e la sofferenza degli altri possono diventare un business per chi le gestisce. Non rompe gli equilibri politici un’azione terroristica. Ma un ospedale costruito dove serve. Ecco perché spesso con gli aiuti economici si comprano armi. Perché la violenza e la miseria sono vasi comunicanti. La miseria, lo stato di assoluta necessità, permette un controllo diretto della gente. Il benessere allontana la violenza. Penso alla Giordania. E’ distante pochi chilometri, ma sembra essere su un altro pianeta. Ci fermiamo al mercato della frutta. Compriamo datteri spettacolari, spezie incredibili e frutta secca di ogni genere.

Gerusalemme, ultimo giorno: Yad Vashem. Tradotto dall’ebraico “la potenza del nome”. Si chiama così il museo dello sterminio, meglio noto come Memoriale dell’Olocausto, nella parte nuova di Gerusalemme, accanto al Parlamento. Qui sei nel cuore dello stato di Israele. Lo capisci dalla costruzione solenne, in nudo cemento armato, contenitore dell’orrore inenarrabile. La costruzione museale è impeccabile e avvincente per la qualità del materiale esposto, soprattutto filmati e fotografie. Quello che sconvolge maggiormente, per assurdo, sono gli oggetti. Esattamente come quando ti muore una persona cara, e tu resti con in mano una sua cosa. Ebbene qui il silenzio si riempie delle urla sorde delle cose. Un orologio. Un paio di occhiali. Una penna. E giocattoli, giocattoli.  Urlano gli oggetti. Usciamo in pieno sole. Il giardino dei Giusti fra le Nazioni. Per ogni persona che si è impegnata contro la persecuzione nazista, viene piantato un albero che porta il suo nome. Cerco l’albero dedicato a Giorgio Perlasca, protagonista dell’indimenticabile La banalità del bene di Deaglio. Dal Giardino entri nella parte più terribile dello Yad Vashem. Il Memoriale dei bambini. Passi su un ponticello ed entri in una sfera completamente buia. Al centro una sola candela, che un sapiente gioco di specchi moltiplica milioni e milioni di volte. Una voce sommessa recita il rosario dell’orrore: nome, cognome, età e Paese di provenienza di ogni bimbo ucciso. Cerco di dare un nome ad ogni fiammella. Il percorso è circolare, quasi a rincorrere il ciclo dell’esistenza.

Uscendo dallo Yad Vashem, dopo avere visto tanti luoghi sacri, il pensiero corre al bel libro del teologo (tedesco) Hans Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Jonas bestemmia con dolore e profonda angoscia: se Dio è onnipotente non è sommo bene, perché ha permesso tutto questo. Se invece è sommo bene non può essere onnipotente, perché tutto questo è stato. Da adolescente irrequieto, la domanda mi ha sempre tormentato. Adesso, da padre, è anche peggio. Esci di qui e ti rendi conto che il Golgota ha mille nomi. Come l’Onnipotente per gli ebrei. Noi diciamo Golgota. Ma qui suona Birkenau, Treblinka, Mauthausen, Sobibor … Nel bambino continua la nostra vita. Il bambino, che per noi è progetto di continuità, qui è pura luce. E’ la freccia che non ti appartiene. E’ la fiammella che ti brucerà dentro per sempre e che si accende come una lama, un dolore intenso e allucinante.  Chiedimi che cosa mi sono portato via per ricordo, dalla terra della Bibbia? Ho portato una fiammella. La fiammella di una candela.

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