ANDREA CHENIER. RIVOLUZIONE, AMORI E MORTE: UN’OPERA VISSUTA DIETRO LE QUINTE

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Andrea Chénier. Musica di Umberto Giordano. Libretto di Luigi Illica.

In scena al Teatro Regio di Torino dal 15 al 30 gennaio

Nel 1783, grazie anche all’intervento francese, termina la rivoluzione americana, rendendo indipendenti le 13 colonie che combatterono contro l’Inghilterra. L’aiuto dato ai ribelli americani ha contribuito ad aggravare la crisi economica del Regno: la Francia è in bancarotta, mentre il Terzo Stato (popolo, artigiani, contadini, piccolo clero) deve affrontare un’inflazione dei prezzi che lo rende ogni giorno più misero. Le strade di Parigi e della Francia sono gremite di disoccupati e affamati, il costo del pane è diventato proibitivo, la spietata tassazione feudale continua a gravare sui contadini già portati allo stremo da carestie e disastri climatici. L’autorità divina del Re viene messo in dubbio e cresce il risentimento popolare verso l’ aristocrazia, mentre si discute su nuovi modelli di organizzazione dello Stato. Nobili e alto clero, ricchi ed esentati dal pagamento di molte tasse, rifiutano i segni della novità; molti aristocratici non comprendono la portata delle nuove idee e continuano a vivere tra danze e feste sfarzose. In Francia ideali d’Illuminismo infiammano le menti dei cittadini: Libertà, Fraternità, Uguaglianza.

In quest’Opera, in cui vicende d’ amore romantico e tragico s’intrecciano agli eventi storici che stanno sconvolgendo l’Europa noi, il coro, diamo voce a nobili e folla; ora damerini imparruccati danzando minuetti e gavotte, ora, popolani e rivoltosi, percorriamo le vie di Parigi inseguendo rivali politici o applaudiamo i grandi capi della rivoluzione, partecipiamo al processo contro Andrea Chénier, infervorati dai nuovi ideali, storditi dal potere appena conquistato. Andrea Chénier è un poeta della rivoluzione nascente; quando i capi più estremisti salgono al potere egli utilizza la poesia per scrivere appelli alla moderazione, ma il regno del Terrore giacobino schiaccia ogni voce diversa, ed egli paga con la morte questa scelta. Andrea ama la Patria con impeti di pura poesia, affascinante meteora tra politici avidi e criminali: i nuovi capi non gli interessano, il potere neppure. Tra spari e lotte intestine, rivolte in Vandea e guerre ai confini dello Stato contro le monarchie europee coalizzate, un amore totale lo lega alla giovane nobile decaduta Maddalena. Fin dalla prima scena il loro rapporto attraversa velocemente la trama, rincorre un destino ideale. 

Lo spettacolo inizia: tenori e soprani in scena, damerini imparruccati, danzano seri e composti. Noi voci più gravi, invece, vestiti di stracci deformi.  Attendo nascosto sotto ragnatele di corde, assi di pino tagliate a sostegno di strade percorse dal carro dei condannati, da comparse in tricorno, base a pilastri e bandiere. Ecco il minuetto dei violini: in fila ordinata, cupi entriamo come muro a fermare le danze: “Sua Grandezza la Miseria”. Poi attesa nel retropalco, lo sguardo a terra evitando cavi, ruote, scalini.  Parole sommesse tra quinte nere. Raccolgo lo sguardo sul muro, oltre giganti tricolori, dietro colonne e case di legno. Alzo gli occhi dai riflettori bollenti, verso il fondale illuminato fino alle grate d’acciaio sospese là sopra, alla luce che piove, alla mia faccia sporca da disperato e trascino alla mente musica e parole. Nel buio formicolare d’ombre, spartiti bianchi aperti, figure come di nebbia, scricchiolii sommessi, voci dei solisti, di colleghi che corrono all’appello di Gérard che cerca oro per la Patria in pericolo.

Gli atti scorrono rapidi: è già tempo del Tribunale rivoluzionario che stermina patrioti, corrotti, nobili e poeti. Qui testimoni e boia si danno la mano: basta un sospetto, la colpa d’esser nato aristocratico, un’antipatia passata, l’invidia.  Noi sugli scranni in alto o tra comparse coi fucili, accusatori implacabili, i nostri gesti, braccia violente, insulti ai condannati fino all’urlo esaltato: “Alla lanterna!”. Noi, secoli di servitù nelle spalle ora pieni di rivalsa, vorremmo appenderli tutti, questi nemici della Rivoluzione, ai lampioni di Parigi.

 Attendo in silenzio, seduto in disparte a sentire le voci, assorto il pensiero tra corde e sarte con abiti in mano.

 Ultimo atto, dopo il processo i due amanti si ritrovano, intime scie di giovani nella tragedia immane. Andrea Chénier attende la morte e Maddalena sacrifica la propria vita con l’ uomo che ama, dona il proprio lasciapassare ad una condannata e ne prende il posto sul carretto che trasporta i morituri alla ghigliottina. 

“Tu sei la meta dell’esistenza mia” ultime parole declamate, pienezza della vita, poi la ghigliottina all’alba: “Viva la morte insiem”. Correva l’anno 1794.

 

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