UNIVERSITA’ GRATIS. SERVENDO CAFFÈ

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CAFFE

Qualche giorno fa, su un periodico on-line di marketing e comunicazione accennavamo della necessità dell’introduzione anche nell’apparato statale e parastatale di criteri meritocratici – oggi largamente inapplicati, quando non osteggiati. A sostegno della nostra tesi portavamo il concetto di marketing noto come “management by objectives”: tecnica di motivazione e gratificazione del personale al raggiungimento degli obiettivi.

La catena americana di caffetterie Starbucks Coffee Company (dal 1971 impegnata nell’approvvigionamento etico e nella torrefazione del miglior caffè di qualità arabica – si legge nel suo sito) sembra essere andata oltre: pagherà le tasse universitarie ai suoi dipendenti. Soltanto negli USA, per ora. Grazie a un accordo stipulato con l’Università dell’Arizona, la nota catena nata a Seattle pagherà gli studi a qualunque suo dipendente – in totale più di 135mila – si iscriva ai corsi online dell’ateneo senza porre limitazioni. Libertà totale sulla scelta del corso di laurea tra i tantissimi che compongono l’offerta didattica online dell’Università dell’Arizona e nessun impegno a rimanere in azienda per un numero stabilito di anni. Inoltre, anche i neoassunti sono compresi tra i beneficiari.

Una decisione sorprendente, conoscendo le aziende. Ma, al contrario di quel che vorrebbe il luogo comune su catene e fast food, da Starbucks la politica aziendale comprende una buona dose di welfare dei propri dipendenti: assicurazione sanitaria comprensiva di spese per dentista e oculista, anche per chi lavori part-time, assistenza economica per quando decidano di adottare un bambino e stock option, ovvero il diritto per i lavoratori di comprare azioni societarie a un prezzo concordato.

L’azienda non teme che, dopo aver pagato le tasse ai propri dipendenti che si iscrivono all’Università dell’Arizona, questi decidano di andarsene dopo aver ottenuto la laurea gratis? Howard Schultz, presidente di Starbucks,  sul punto è scettico: «Anche se lo facessero, credo che i vantaggi sarebbero comunque decisivi. Maggior disponibilità, maggior soddisfazione, maggior produttività. E alla fine i migliori probabilmente decideranno di restare». Un eccellente esempio di gestione delle HR, human resources, per dirla con la lingua del marketing, che non mancherà per altro di sollevare accuse quanto meno di paternalismo, secondo il metro tradizionale nostrano.

C’è da dire poi, per onor del vero, che sul versante europeo dell’Atlantico il caffè Starbucks sembrerebbe meno dolce: la Commissione Europea infatti ha messo sotto indagine Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo per verificare se i loro sistemi fiscali favoriscano le multinazionali a tal punto da costituire aiuti di stato ai privati, non consentiti dai regolamenti europei. Tra le corporation inquisite, anche Starbucks, accusata di gestire le sue attività in quei Paesi attraverso sistemi spesso molto intricati di società controllate, per pagare meno tasse.

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