DIETA COMPORTAMENTALE: LOTTA AL CIBO SPAZZATURA

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Per dimagrire non è sufficiente affidarsi alle mani di persone competenti ed applicare “alla lettera” ciò che viene indicato. Per dimagrire e mantenere un buon peso corporeo occorre metterci la testa e non solamente la buona volontà. La dieta comportamentale può consentire alle persone di capire cosa si nasconde dietro il proprio sovrappeso, agendo sul modo di vedere le cose e sul comportamento, diventando così protagonisti del cambiamento stesso. Una dieta, infatti, non deve essere vissuta come una semplice privazione alimentare a tempo determinato, impropria e costrittiva, innaturale e inadatta al proprio modo di essere e di vivere.

Seguire una dieta comportamentale vuol dire decidere di cambiare stile di vita per poter arrivare ad autogestire con piena coscienza, determinazione e disponibilità una sana alimentazione, perché recuperare un corretto rapporto con se stessi e con il cibo  è alla base della prevenzione di molte malattie. Schemi dietetici monotoni, noiosi, vincolanti e psicologicamente deprimenti si basano inoltre sul falso presupposto che il metabolismo dell’individuo sia sempre costante, giorno dopo giorno mentre è risaputo che il peso corporeo di una persona varia sensibilmente anche nell’arco della giornata. Ogni giorno è diverso sia sul piano dei consumi energetici che del rendimento metabolico: variazioni della temperatura ambientale, qualità del sonno, ritmi della giornata lavorativa o di riposo, stato dell’umore, differenti fasi del ciclo ormonale femminile, sono alcuni tra gli innumerevoli fattori in grado di influenzare anche di qualche etto il bilancio delle variazioni giornaliere del peso corporeo.

La dieta comportamentale spiega come l’ago della bilancia non deve diventare un’ossessione per la persona ma semplicemente uno strumento a disposizione per controllare nel tempo l’andamento del proprio peso corporeo. Uno dei motivi per cui oggi  le diete falliscono sembra essere anche una vera e propria dipendenza mentale dai cosiddetti cibi spazzatura (junk-food) che il cervello preferisce ai cibi salutari, spesso meno appetibili. Questa “dipendenza” sembra interessare alcune aree del cervello  coinvolte in ciò che viene definita “funzione esecutiva”. È questa che interessa la nostra percezione dell’appetito e del consumo di calorie. Una ricerca, condotta dai ricercatori dell’Università di Waterloo, indica che in seguito alla stimolazione della corteccia prefrontale dorsolaterale – o DLPFC – viene aumentato notevolmente il desiderio verso il consumo di snack calorici. Secondo i ricercatori, i risultati ottenuti  gettano una nuova luce sul ruolo della DLPFC sul consumo di alimenti ipercalorici e la relativa relazione tra autocontrollo e consumo di cibo. Conclusioni che arrivano dopo aver esaminato 21 donne sane, selezionate a causa della loro predilezione per cibi quali, per esempio, cioccolato e patatine fritte. Per stimolare l’appetito delle  donne, sono state mostrate alcune immagini di cibi con il preciso scopo di stimolarne ancora di più la voglia. In seguito è stata applicata a ognuna di loro una stimolazione magnetica denominata theta-burst stimulation (TBS), un tipo di applicazione usata anche in caso di acufeni. Dopo la stimolazione TBS le donne hanno riportato voglie eccessive, e quando è stato offerto loro del cibo hanno consumato grandi quantità di cioccolato al latte e patatine fritte, anziché cioccolato fondente e cracker. Dai risultati emerge che vi è una prova diretta che la DLPFC è direttamente coinvolta nel desiderio degli alimenti. Le persone che hanno questa funzione esecutiva particolarmente debole, quindi, potrebbero non possedere l’autocontrollo necessario per regolare il giusto consumo di certi cibi. Tutto ciò rende tali soggetti particolarmente vulnerabili a sovrappeso e obesità. Un’altra ricerca condotta dalla Tufts University e dal Massachusetts General Hospital di Boston ha recentemente dimostrato, per la prima volta, che questo circolo vizioso si può non solo interrompere, ma anche invertire, allenando la mente a gradire e a “dipendere” da cibi più salutari.

Come testimonia il lavoro pubblicato su Nutrition & Diabetes, gli studiosi hanno sperimentato un nuovo programma di perdita di peso (“dieta comportamentale”) basato su un regime alimentare ad alto contenuto di fibre, basso contenuto calorico e basso indice glicemico, associato a un programma educativo composto da 19 sessioni didattiche di 60 minuti, offerte ai soggetti in studio, lungo la durata dell’esperimento, e finalizzate a fornire una profonda rieducazione sulle corrette abitudini alimentari. Attraverso la tecnica di risonanza magnetica per imaging (RMI), gli autori della ricerca hanno monitorato le risposte del cervello di 13 uomini e donne in sovrappeso o obesi, suddivisi in due gruppi, uno sottoposto alla dieta comportamentale (n=8) e l’altro ad una dieta di controllo (n=5). L’intervento multidisciplinare ha permesso al cervello degli individui di cambiare le loro preferenze. All’inizio dell’esperimento in tutti i volontari i cibi non salutari attivavano le aree del cervello legate alla dipendenza e all’apprendimento, mentre, dopo 6 mesi, il cervello di coloro che avevano seguito la dieta comportamentale dimostrava di essere diventato dipendente dai cibi sani ed a basso contenuto calorico, e non più dagli altri.

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