LE DONNE FORTI DANZANO SCALZE – INTERVISTA AL REGISTA ROBERTO MICALI

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Tre donne, vittime di violenza, sono le protagoniste dello spettacolo che la compagnia Artemuda porterà in scena nei locali del Centro Studi Sereno Regis di Torino, giovedì 12 marzo alle 21. Lo spettacolo che si intitola “Le donne forti danzano scalze” indaga il fenomeno della violenza, raccontando storie vere di sopraffazione, alcune delle quali approdate anche nelle pagine della cronaca nera, come spiega bene Roberto Micali che insieme a Patrizia Spadaro, ne ha curato il testo e la regia. Le tre ragazze si chiamano Carmen, Juliette e Isoke. La storia forse più nota e rappresentativa è proprio la sua. Il suo nome, Isoke Aikpitanyi, forse qualcuno lo ricorderà dalle pagine dei giornali. Vittima della tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale, riuscì ad uscirne con grande coraggio e determinazione. Isoke (interpretata da Patrizia Spadaro) scrisse poi un saggio/denuncia “Le ragazze di Benin City” insieme alla giornalista  Laura Maragnani e riuscì a fondare un’associazione per aiutare altre donne nella sua situazione. La performance prende spunto da alcuni testi tra cui quello sopra citato e da “Passi affrettati” di Dacia Maraini.

Com’è nata l’idea di questo spettacolo?

La performance è nata su proposta di Amnesty International nel 20013. L’obiettivo era di affrontare il problema dei maltrattamenti sulle donne per sensibilizzare l’opinione pubblica. Anche dopo 13 anni è uno spettacolo più che mai vivo e attuale. Riteniamo sia nostro dovere continuare a replicarlo, anche se ci piacerebbe non doverlo più fare perché significherebbe che non ce n’è più bisogno. Per realizzarlo ci siamo documentati a lungo raccogliendo diverse vicende di donne che hanno subito violenze di vario genere.

Immagino sia stato un lavoro complesso …

Si. Abbiamo raccolto numerose storie. Fra tante ne abbiamo poi selezionate cinque, anche se nella data del 12, la versione ne prevede solo tre. Nella versione integrale c’è anche la vicenda di Hina Saleem, ventenne di origine pachistana ammazzata dal Padre e dai parenti maschi della sua famiglia, poiché voleva integrarsi, lavorare e perché si rifiutava di sposare un uomo impostole dai genitori.

Non si tratta però solo di violenze fisiche. Ci sono anche quelle psicologiche e morali …

Si infatti. Ci sono violenze di tipo psicologico, verbale etc. Due sono le vicende che si concludono tragicamente: quelle di Carmen e di Hina. Le altre fortunatamente no. Isoke, dopo essersi salvata, riesce appunto anche a creare un’associazione per aiutare altre donne nelle medesime sue condizioni. Juliette è un caso a parte perché si salva ma decide di restare con il suo compagno perché tende, come spesso accade, a giustificarlo: “E’ violento solo quando beve” dice “ma mi vuole bene”.

C’è qualcosa che accomuna queste storie?

Le storie iniziano tutte con l’entusiasmo per aver incontrato l’uomo della propria vita. Poi compaiono i primi segnali di un comportamento ossessivo che successivamente sfocia in violenza o in tragedia. C’è anche la fase in cui  le vittime cominciano a parlare della loro condizione e a cercare aiuto. Non tutte lo fanno però e non tutte vengono prese sul serio.

Che tipo di riscontri avete avuto dal pubblico?

Molto positivi. Il pubblico recepisce e a coinvolgersi non sono solo le donne. Lo abbiamo portato anche all’Istituto Giovanni Plana e anche qui i giovani hanno risposto con coinvolgimento e interesse, a seconda della loro situazione familiare e delle loro storie personali. Nessuno di loro si è opposto a partecipare, dopo, all’attività laboratoriale post-spettacolo. Il risultato sono stati degli elaborati realizzati con cartelloni e pennarelli, molto interessanti che sono stati appesi sui muri della scuola. Ci piacerebbe replicare una simile esperienza anche in altre scuole.

Info e prenotazioni sul sito serenoregis.org


Nella foto: Roberto Micali, regista ed interprete e Tiziana Rubano che interpreta isoke

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