IANFU. DONNA DI CONFORTO

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«Tra il 1932 e il 1945 migliaia di donne chiamate eufemisticamente ianfu, sono state sistematicamente radunate e

sunriseimprigionate in ianjo, campi militari di prostituzione forzata nei quali venivano ripetutamente stuprate e abusate dal personale militare giapponese. Negli anni che seguirono la sconfitta del Giappone, queste donne hanno vissuto in silenzio con le cicatrici della sofferenza fisica ed emotiva del periodo di schiavitù, che per molte di loro ha significato malattie, sterilità e traumi psicologici». Comincia così il primo capitolo del libro di Alessia Mazzoni “Le ‘comfort women’ dell’Esercito imperiale giapponese:una questione irrisolta” (http://old.terrelibere.org/doc/le-comfort-women-dellesercito-imperiale-giapponese). Erano donne cinesi, coreane, taiwanesi (ma anche provenienti da Filippine, Tailandia, Vietnam, Malaysia, Indonesia, Birmania, India) che durante la II Guerra mondiale furono internate in campi di detenzione sotto il controllo dell’Esercito Imperiale giapponese, private dei diritti fondamentali ed obbligate a prostituirsi ai suoi soldati. Oltre al citato indirizzo on line, la passione di queste povere vittime è descritta anche dall’orientalista Ilaria Maria Sala, che nel Diario al “Museo storico della schiavitù sessuale militare giapponese” spiega la strategia che ha portato alla creazione di queste strutture presso le trincee. Grazie al rinvenimento di alcuni documenti probanti e alle testimonianze di alcuni ex-funzionari del governo giapponese, oggi si sa che i campi di prostituzione obbligata erano parte integrante della politica militare del paese. Il loro scopo ufficiale era quello di migliorare il morale e, di conseguenza, il rendimento bellico delle truppe; di controllare l’attività sessuale dei soldati evitando il diffondersi di malattie veneree; di diminuire i permessi a chi si trovava al fronte (Tanaka 2001, p. 24). Da qui, la definizione in lingua inglese military comfort women, traduzione letterale dell’espressione giapponese jūgun ianfu (donne di conforto militari -従軍慰安婦, Wikipedia, v. Comfort Women), “benevolmente” adottata dagli Alleati vincitori del conflitto mondiale al processo di Tokyo contro i crimini di guerra.

È indispensabile per altro rammentare anche che il Giappone rifiutò sempre di firmare la Convenzione di Ginevra del 1929; che questi fatti dettero origine a un intervento della Commissione Onu per i diritti umani; che è in atto un contenzioso col Giappone, che sino ad oggi si è sempre rifiutato di ammettere e di indennizzare le (poche, ormai) persone sopravissute adducendo argomentazioni meramente formali. Eppure le vittime di questa pianificazione furono circa 200 mila secondo fonti ufficiali giapponesi, e oltre 410 mila secondo fonti cinesi citate dalla sinologa britannica Caroline Rose.

Anche l’Italia, del resto, ha conosciuto questo dramma bellico femminile. Pensiamo alle “marocchinate” del nostro  Meridione (ben 9.000, secondo l’Associazione nazionale vittime di guerra che ancora aspettano un indennizzo, come scrive Giusy Federici in «Stuprate le italiane»,  http://digilander.libero.it/folgore4a/), vittime degli eserciti che risalivano il nostro Paese dopo lo sbarco in Sicilia. Alberto Moravia ci scrisse un libro e Vittorio De Sica ne ricavò il film “La Ciociara”, con Sofia Loren, dove si mostra lo stupro delle due protagoniste, madre e figlia, vittime delle violenze dei soldati marocchini del Corps expeditionnaire francais (Cef) comandati dal generale Juin.

Torniamo alle ianfu del titolo. La questione è stata richiamata nella rubrica “Tuttifrutti” del Corriere della Sera (30 aprile, pag. 35) dal giornalista G.A. Stella, in occasione dell’accusa di “donna di conforto degli Stati Uniti” lanciata dal governo dittatoriale nordcoreano alla presidentessa sudcoreana Park Geun-Hye, additata come “spregevole prostituta”, nel corso delle “relazioni” tra i due paesi asiatici. Non voglio entrare nel merito politico o sociologico del problema. Mi limito a qualche constatazione.

La schiavitù sessuale non è certo un problema solo del tempo passato e dell’(ex) impero giapponese. Maria Amelia Odetti nel suo “Jugun ianfu Comfort women. La schiavitù sessuale nel sud-est asiatico durante la Seconda guerra mondiale e la memoria femminile” (www.unive.it/media/allegato/dep/Ricerche/4_Jugun_janfu.pdf) ricorda che «I campi militari di prostituzione forzata non sono certo un fenomeno esclusivamente giapponese. Vi sono, infatti, prove che dimostrano come l’esercito americano abbia usufruito degli stessi “servizi”, sempre organizzati dalle autorità giapponesi, durante il periodo di occupazione che seguì alla fine della Seconda guerra mondiale (Yoshimi 2002, p.198). La storiografia ha accertato gli stupri di massa sulle donne tedesche da parte dei soldati dell’armata rossa dopo la vittoria (Tiepolato, Ermacora 2005); durante la guerra del Vietnam é noto che vennero costruiti campi di prostituzione ad uso esclusivo degli statunitensi; inoltre alcuni giornalisti hanno avanzato il sospetto di un incremento di prostitute in Cambogia e in Bosnia dopo l’arrivo delle forze di pace dell’ONU (Wikipedia, v. Comfort Women). Appare evidente che la violenza alle donne organizzata dalle autorità militari é un fenomeno diffuso nei periodi bellici e tuttavia il caso nipponico si distingue per vastità, complessità organizzativa e brutalità (Hoshii 1997, pp.257- 259)». Ancora oggi lo stupro, la subordinazione e la discriminazione subite dalle donne le elegge a vittime di mentalità e di culture che giustificano o ridimensionano la violenza. In tempi recenti: in Ruanda, durante il genocidio protrattosi per tre mesi nel 1994 furono stuprate tra le 100.000 e le 250.000 donne. Le agenzie delle Nazioni Unite calcolano che più di 60.000 donne siano state stuprate durante la Guerra civile in Sierra Leone (1991-2002), più di 40.000 in Liberia (1989-2003), fino a 60.000 nella ex Yugoslavia (1992-1995), e almeno 200.000 nella Repubblica Democratica del Congo durante gli ultimi 12 anni di guerra (Ms Margot Wallström, Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i crimini sessuali in situazioni di conflitto, Febbraio 2012.

Non posso però fare a meno di notare anche che l’epiteto rilanciato dal governo di Pyongyangh ha suscitato sui media occidentali solamente un interesse sommesso; in ogni caso molto minore, ad esempio, rispetto al clamore suscitato sui media italiani dalle dichiarazioni a proposito dei lager tedeschi recentemente rilasciate da un nostro ex presidente del consiglio. Cos’è che non va? Il numero delle vittime, centinaia di migliaia contro milioni? Il sesso contro l’etnia o la religione? Stupisco infine notando che le associazioni delle donne, salvo poche lodevoli eccezioni, su quelle atrocità che riguardano il loro “genere” – argomento attuale di questi tempi – generalmente non hanno preso posizioni forti contro il termine “puttana” affibbiato a una capo di stato: non sono state protagoniste di proteste e accese polemiche come quando, invece, si mobilitano per fatti – ci si passi il termine – di meno importante peso morale e civile.

“State molto attenti a far piangere una donna – dice il Talmud – che poi Dio conta le sue lacrime!”

Immagine di Luca Scalfaro

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